La mitica fioreria di Mulberry

Un tempo uggioso gravava su Londra. Era un sabato grigio, malinconico e una sorta di malessere sembrava attanagliare Bond Street dalle prime e fioche luci del mattino. Esisteva però un luogo, o meglio un negozio, nel quale alla masnada di odori e rumori tipici della chiassosa città non era concesso entrare. Un piccolo paradiso terrestre interamente ospitato da un ginepraio di profumi, sensazioni, ricordi: la fioreria Mulberry. Miss Pym viveva nel suo negozietto dalle ampie e cristalline vetrate, si occupava scrupolosamente delle composizioni floreali e della disposizione dei numerosi vasi grondanti di petali. La si poteva osservare a qualsiasi ora della giornata, nell’atto di raccogliere fiori e portarseli al grembo come fossero dei pargoletti, per poi parlare con loro e riporli nell’apposita brocca. Ecco che arriva il primo cliente della giornata, e prontamente Miss Pym si dirige ad aprire la scricchiolante porticina. “Buongiorno e benvenuta. Sono così contenta di rivederla, ne è passato di tempo!” “O carissima Pym, sono corsa qui da lei perché so con certezza che lei sia la sola al mondo che possa aiutarmi a risolvere questo problema: questa sera ci sarà una festa di beneficenza a casa mia e devo ancora pensare a tutte le decorazioni floreali. Mi aiuti lei: prendiamo qualcosa di bello e leviamoci questo pensiero.” Sboccia tra le labbra della dolce signora un sorriso quasi materno e, subitamente, risponde: «Mia cara, un fiore è molto più di un semplice soprammobile. Non lo si può scegliere a casaccio, come il regalo per una persona di cui poco ci importa: il fiore è un colore, un profumo e soprattutto un messaggio. Il fiore sa dire ed esprimere segreti, sussurri ed emozioni impossibili da proferire con la bocca umana. Il fiore ha un suo significato, sempre. Vieni qui tesoro mio, vedrai che troveremo una soluzione giusta.» Mentre la giovane segue il suo mentore tra i vasi ricolmi di bellezze floreali, la mano rugosa e delicata dell’anziana si rivolge verso il soffitto, indicandone un punto a casaccio con l’indice: «Vedi? Tutto ha un suo perché, bisogna solo capire se lo si voglia comprendere. Guarda questo soffitto ricoperto di alloro: non è un caso che io abbia deciso di metterlo in mostra lassù, in alto! Il mito narra che la bellissima Dafne sia stata il primo amore di Febo: quest’ultimo, colpito dalla freccia dell’iracondo Cupido, si innamora perdutamente della figlia di Peneo, la quale però fugge da lui. Mentre sta correndo, il leggero venticello acuisce la sua bellezza, la sua figura diventa un sogno per il bramoso Apollo ed una condanna per la vergine, che pur di non concedersi chiede di mutare forma, e viene così trasformata in un albero di alloro.” “Non mi piace questa storia, non voglio comunicare niente di simile, perché la bellezza dovrebbe divenire una condanna?” Sorridendo risponde la saggia Pym: ”Ma lei non è stata condannata, era una bellezza troppo pura per potere essere stretta dalle mani di qualcuno. Ecco perché l’ho messo in alto, affinché sia inarrivabile per colui che apprezza solo la bellezza esteriore senza scoprire la sua meraviglia interiore. Questo è anche uno dei motivi per cui ti sconsiglio un narciso come fiore. Il gambo invece che rimanere bello e diritto tende a ritorcersi su se stesso, come il bel fanciullo riccioluto da cui prende il nome.” “Ah in questa città ne conosco fin troppi di narcisisti, e questa sera saranno tutti presenti nella mia dimora quindi eviterei di ritrovarmeli pure nei vasi!” sbuffa la giovane, che già inizia a sbirciare in altri recipienti. Miss Pym mostra allora un lato del negozio ricco di altre sorprese:“ Le posso ancora consigliare queste splendide magnolie: sin dalle loro origini preistoriche, questi fiori sono latori di un messaggio di dignità e perseveranza. Ma forse lei preferirebbe la dalia, un fiore elegante e molto scenografico per via dei suoi vari cromatismi, che permettono un gioco di colori ricco di fascino. Ma non mi sembra essere molto persuasa da questo fiore.” La giovane sospira con occhi sognanti e alzando involontariamente la voce esclama: “Mi guardo intorno e vedo questo quadro vivente di bellezza, di natura e mi sento trasportata ad annusare tutti questi colori profumati e mi sembra di provare sentimenti veri e autentici come l’amore tra Filemone e Bauci, la tristezza di Cerere e l’ira di
Giunone per le nefandezze del marito. Mi sento in empatia con tutto questo nuovo mondo che riesce ad essere rinchiuso in una piccola fioreria. Vorrei portarmi questa euforia, questa leggerezza e armonia anche fuori di qui, nel Chaos di tutti i giorni.” “Sei proprio uguale a tua madre. Sai cosa prese, dopo che le ebbi mostrato tutti i differenti tipi di fiori? Dopo averle fatto odorare i garofani, gli iris e i profumi liziosi dei lillà? Affondò la sua mano in una brocca di piselli odorosi e ne estrasse a grandissime quantità. Poi tutta contenta se ne andò via con aria dignitosa, neanche avesse visto la Regina in quella macchina che si era parcheggiata in Bond Street, facendo tutto quel rumore. Ecco, sicuramente non era stata lei a scegliere, ma un suo ricordo. Forse sua nonna era solita profumare gli ambienti di casa immergendo i piselli profumati nell’acqua, in un vaso cristallino. Non le pare anche questa una bella storia?” “Mi dia manciate di piselli profumati dunque, perché anche mia mamma sarà dei nostri questa sera!” Uscendo dal negozietto, la fanciulla si volge a Pym e questa, non nascondendo la lucidità dei suoi occhi aggrinziti ma comunque vispi, la saluta: “È proprio uguale a sua madre! Ci vediamo presto, Mrs Dalloway!”

La Grande Storiella di Fiori di mandorlo

Io e Claudia ci siamo conosciute a Parigi e abbiamo subito capito che qualcosa di grande, di molto grande ci accomunasse: una grandestoriella. Con lei, do inizio ad una serie di interviste a tutti quei giovani che hanno una grandestoriella da raccontare.


E la sua incomincia in un modo sorprendente, perché l’origine di tutto è una visita in un museo di Londra. Vero Claudia?
Eh sì, tutto è iniziato alla National Gallery, più precisamente nel suo bookshop, dove stavo cercando una collana con un quadro, Gli Ambasciatori di Hans Holbein, che avevo recentemente studiato per un esame all’università, il mio primo 30. Cercavo qualcosa di significativo da portare sempre con me. Ma non c’era nulla. Intanto ero tornata a casa, era passato del tempo, e continuavo a pensare a questo gioiello che avrei tanto voluto indossare. Così ho incominciato ad informarmi sul mondo dell’artigianato, anche attraverso pagine di instagram, chiedendomi: «Perché non me la posso fare da sola questa collana?» E tutto è iniziato veramente così, per gioco. Ho aperto un sito online, ho comprato delle basi, i primi materiali, e sono andata in stamperia dove ho fatto rimpicciolire l’immagine. Tra le cose strane di questo inizio c’è anche il fatto che io non abbia scelto quel quadro che volevo, ma un altro: Ramo di mandorlo in fiore di Van Gogh, che mi piaceva molto. Una volta ottenuti tutti i materiali ci ho lavorato su ed è nata questa collana. Indossando questo gioiello, amici e colleghi all’università se ne sono incuriositi e mi hanno chiesto di poterlo fare anche per loro. Non mi ricordo bene quando sono passata a pensare per gli altri oltre che a me stessa. Ho aperto la pagina instagram il primo di dicembre, che si sarebbe dovuta per forza chiamare Fiori di mandorlo.

Ma poi una collana o comunque un gioiello su Gli Ambasciatori l’hai realizzata?
No, non ancora. Conto di farla per un’occasione speciale. È un quadro enorme, e quasi nessuno se ne accorge ma c’è un teschio alla base dell’opera, posto in prospettiva. E mi piace molto, ed essendo pieno di dettagli, è complicato ruscire a metterlo in un gioiello. Ma mi inventerò qualcosa.


In generale cosa vendi?
Collane, bracciali, orecchini, segnalibri, fermagli per capelli, spille e altri accessori che possono essere indossati.

Alcune creazioni di Fiori di mandorlo


Quando vai a visitare un museo, farai sicuramente tappa fissa al suo bookshop, ecco vorrei sapere il tuo parere, perché io molte volte ne esco un po’ amareggiata.
Entriamo in un campo minato. Ci sono cose molto carine soprattutto a livello di libri, ma a livello di accessori, parlo di quelli da indossare quindi il mio ambito e riferendomi solo ai bookshop che ho avuto modo di visitare, vi è una grande carenza. E anche questo è uno dei tanti motivi per cui ho voluto poi lanciare Fiori di mandorlo.


Ho visto che su Instagram hai lanciato un hashtag #claudiarte, qual è il tuo rapporto con l’arte?
Mi è sempre piaciuta ma, con lei, non ho sempre avuto un buon rapporto. Forse anche a causa della mia professoressa di storia dell’arte che mi definiva libresca… Ma poi ti sembro libresca io? ( Ci mettiamo a ridere ) Ero più appassionata di storia e filosofia mentre la passione vera e propria per l’arte è nata dopo, all’università e quando ho finalmente iniziato a visitare i musei, a vedere quei quadri dal vero, dal vivo. Quando ho visto per la prima volta Gli Ambasciatori ho pianto. E da lì ho capito che c’era qualcosa che doveva uscire, venir fuori ed eccoci qui.


E allora parliamo dell’arte ma attraverso la tua creazione, attraverso Fiori di mandorlo.
Ecco io lo dico subito: io non faccio la collana per venderla. Io la faccio secondo l’idea di raccontare l’arte in un modo diverso. Non studio arte, non sono di questo mondo, non ho le competenze per parlare d’arte però io ci provo a modo mio, mettendoci anche la mia storia. E cerco di valorizzare il rapporto tra l’arte e la persona e la storia della persona. Propongo il mio lavoro più sull’aspetto emotivo ed empatico che sull’aspetto prettamente tecnico.


E in questo modo l’arte diventa più concreta, te la porti sempre con te e diventa anche un modo di presentarsi, indossando dell’arte. E poi volevo parlare della tua passione per Monet e dei tanti gioielli che riprendono i suoi quadri e, visto che l’ottava storiella riprende l’opera DONNA CON PARASOLE, volevo chiederti di questo quadro.
Sì faceva parte di una collezione ed è sold-out. Monet mi piace, è tra i miei preferiti. C’è una storia dietro, credo che Il ponte giapponese sia stato il primo quadro che abbia visto nella mia vita, o almeno di quella che ho ricordo. Con Monet c’è un legame dall’infanzia.

Donna con parasole, Monet


C’è un artista che ti piace molto ma che non hai ancora realizzato?
Sì, non posso per una questione di diritti di autore ma io adoro Magritte, Hopper e uno dei miei sogni sarebbe fare una collezione su Frida Kahlo.


E invece hai mai ripreso artisti italiani?
Sì, Previati e Caravaggio.


Ultimo ambito, che mi piace moltissimo. Recentemente hai fatto incontrare l’arte con la letteratura e hai lanciato un nuovo hashtag. Ed ecco a voi dopo #claudiarte la #letterarte! Parlacene un po’.

#Letterarte è la cosa di cui vado più fiera. Perché unisce i miei due mondi: li prendo e li fondo a modo mio, secondo un mio intuito. È la collezione in cui riesco ad esprimermi maggiormente. È partita l’anno scorso, con Lolita di Nabokov, uno dei miei libri preferiti in assoluto. Essendo lui un grande appassionato di farfalle, avevo trovato quest’artista, Van Schrieck, che le dipingeva. Li ho uniti ed è nata questa collezione.

Un esempio di Letterarte

Quindi vi è sempre una corrispondenza tra la parte scritta e quella figurata?
Sì, non è mai casuale. Per esempio, dopo Lolita, sono arrivate Le Lettere a Theo, dove ho unito i quadri di Van Gogh alle sue stesse parole.


Direi a questo punto di parlare del tuo slogan che l’arte riveli la tua luce.
Io vorrei che attraverso un quadro, una frase, ci si riesca ad esprimere, a trovare se stessi, a sentirsi parte di qualcosa. Arte e letteratura mi hanno aiutato tantissimo in molti momenti e sono per me un porto sicuro e questo è l’obiettivo di Fiori di mandorlo. Quello che faccio io, lo fanno in tanti e magari anche meglio, ma il mio vuole portare questo messaggio.


Potremmo dire che vuole trasmettere la sua grandestoriella, la grandestoriella che ognuno si porta dentro. Ti volevo ancora chiedere qualcosa sul futuro. Il tuo progetto, come il mio, rientra nel mondo umanistico e letterario che ha tantissime sfacettature e che può prendere diverse forme. Per me grandistorielle rimarrà un luogo dove tornare a scrivere e che mi accompagnerà per la vita. Essendo questo un progetto non legato solo alla vendita ma più ad una passione, ad un’idea che hai tu dell’arte e della letteratura, pensi che ti accompagnerà ancora per molto tempo?
Sì. Ho la speranza che possa continuare e migliorare, mi piace l’idea che possa evolversi in un qualcosa di più e possa arrivare agli artisti. E poi per me l’Italia è il paese dell’arte per eccellenza e se posso, o se potrò, mi piacerebbe far qualcosa di più grande, finalizzato anche ad aiutare chi vuole lavorare nell’ambito ed esprimersi magari attraverso i miei strumenti.


Ultima domanda, visto che si avvicina il Natale, cosa significa regalare o ricevere un gioiello di Fiori di mandorlo?
Questa è una bellissima domanda. Innanzitutto faccio ancora fatica a immaginare le persone che mettono sotto l’albero di Natale una mia creazione. Chi regala Fiori di mandorlo a Natale sta regalando un pezzo d’arte, è vero, ma soprattutto un qualcosa di bello per la persona. Un qualcosa in cui potersi riconoscere, una storia, un momento o magari un ricordo, un pezzo di vita e di bellezza. Quando le creo, io penso ad una storia, ad un messaggio. Se continuo a vendere Ramo di mandorlo in fiore in quel modello è perché è stata la mia prima collana, la collana numero zero e io non la cambierò mai. Per me è la storia, e quindi chi regala quella collana regala anche un pezzo di storia di Fiori di mandorlo.


E, per collegarmi alla prossima grandestoriella che uscirà venerdì, dove parlo di una fioreria dove chi va a comprare non sta solo prendendo un fiore ma un messaggio, penso infatti che regalando, per esempio, Ramo di mandorlo in fiore, io stia anche mandando un messaggio.
Sì, anche perché quel quadro significa nascita e rinascita.


E io aggiungo che mandi anche il messaggio di sostenere queste piccole realtà come Fiori di mandorlo, che è nato quasi quattro anni fa e ormai è sbocciato ed è per tutti voi, per tutti noi.

O quadro

Foi um belo dia. Poder-se-ia ter sentido desde a primeira luz do amanhecer. O sol já estava quente, mas uma brisa agradável e leve abanava a persiana da janela do seu quarto. Desta forma, momentos de escuridão total alternaram-se com momentos de pura luz que perturbaram o sono da rapariga. Naqueles dias ela sentia-se particularmente melancólica. Era sempre assim: quando chegava a altura de ir de férias, na casa do seu pai, ela vivia os primeiros dias com total desapego, como se estivesse a sonhar, enquanto sentia que a realidade envolvente parecia estar cada vez mais confusa. O pequeno-almoço com a sua tia, os longos discursos à mesa, os álbuns de família que eram pontualmente folheados todas as noites, as mesmas roupas que ela usava não lhe pareciam reais. Fazia a si própria muitas perguntas, às quais nunca podia dar respostas. Lia muito, mas saltando descrições e, ocasionalmente, algumas linhas. Ela era esquiva para todos, razão pela qual era tão atraente. Todos pensavam assim: desde as tias que a criticavam tanto, mas na realidade invejavam-na tanto, às suas primas, às empregadas da casa, ao jovem jardineiro da residência. Nos bailes era a mais admirada, à mesa era a mais composta, no brunch era a mais elegante. Esta naturalidade face à solidão tornava-a escultórica, imponente. Contudo, ela fazia tudo o que podia para passar despercebida. Quase nunca falava, apenas respondia aos muitos elogios com pequenos sorrisos. Ele nunca parava após a refeição para conversar, ela nunca ficava até tarde da noite. Ninguém sabia exactamente como é que ela ocupava os seus longos dias. Ela só era vista e admirada pelo seu ser, por existir desta forma. Se ao menos eles tivessem compreendido tudo o que era raro e belo naquela rapariga. Se ao menos lhe tivessem pedido para falar da sua dor, se ao menos tivessem compreendido a sua essência, sem a elogiarem mas sorrindo para ela. Se ao menos ela tivesse tido o menor interesse em se apresentar pelo que era, em mostrar a todos aquilo em que acreditava, certamente não teríamos chegado a esse passeio ao sol. Ela teria querido fazer isso de vez em quando. Aparecer à mesa, sempre composta e a tempo. E à primeira dica de impropriedade, de uma fofoca tola da senhora, de uma piada vulgar do seu tio, ao vago divagar de um dos muitos hóspedes da casa, levantar-se. Nesse momento, todos a teriam admirado, como sempre. Eles teriam olhado um para o outro com espanto, as criadas teriam ido chamar todos, desde os cozinheiros até aos tratadores. E, levando tempo, olhando mas sem realmente ver os seus interlocutores, o seu público, a rapariga teria vomitado sobre eles palavras sobre todas as injustiças, toda a dor, todo o seu pensamento crítico sobre aquela pequena e inútil sociedade burguesa, os seus protocolos embaraçosos, as suas palavras ultrajantes, os seus juízos elementares, a misoginia dos homens da casa, o falso conservadorismo católico da sua tia. Ela teria atirado os talheres de prata para o chão, livrar-se-ia do fardo da etiqueta e do falsa moralidade. E ele teria finalmente gritado-lhes que a casa pertencia ao seu pai e que eles, os antepassados daquele palácio, tinham desperdiçado toda a sua riqueza, tinham condenado a galanteria e tinham esquecido a cultura que o seu pai tinha transmitido à sua domus. Ela teria saído, livre de tudo e todos com o seu olhar desencantado mas elevado e evanescente. Mas tudo isto não era possível. Não era possível porque, por muito perfeita que fosse, a liberdade da mulher, naquela altura, não existia. Ela própria não conseguia realmente dizer o que era a liberdade. Ninguém sabia. Ela sentia uma necessidade que ninguém parecia compreender como real. E assim ela levou o seu vestido mais bonito, o branco. Nesse dia ela até levou um guarda-sol para se proteger do sol. Ela tinha o cabelo e a maquilhagem feitos, ela era linda. E elegantemente, ela saiu sozinha para a longa caminhada sobre a colina. E depois foi para o único sítio onde podia… ser livre, por agora e por muito tempo: no meio da natureza, com a cabeça nas nuvens. Amélia ficou satisfeita, sim, esta deve ter sido a história desta mulher. Ela afastou-se do quadro, com alguns passos atrás. Ela sentiu a porta aberta, mas isso não importava. Ela estava a contemplar o seu trabalho, até que Diego entrou na sala e com um olhar de espanto disse. -Meu amor, que bom! É a mulher com o guarda-sol de Monet. –

Le tableau

C’était une journée magnifique. Cela se devinait dès les premières lueurs de l’aube. Le soleil était déjà chaud, mais une brise légère et agréable faisait basculer le volet de la longue fenêtre dans sa chambre. Ainsi, les moments d’obscurité totale alternaient avec les moments de lumière qui perturbaient le sommeil de la jeune fille. En ces jours-là, elle se sentait particulièrement mélancolique. C’était toujours comme ça : quand ils devaient partir en vacances dans la maison de son père, elle vivait ses premiers jours avec un détachement total, comme si elle rêvait, alors qu’elle sentait la réalité autour d’elle de plus en plus floue. Le petit déjeuner avec sa tante, les longs discours à table, les albums de famille qui étaient invariablement regardés chaque soir, les mêmes vêtements qu’elle portait ne lui semblaient pas réels. Elle se posait beaucoup de questions, auxquelles elle n’arrivait jamais à donner des réponses. Elle lisait beaucoup, mais en sautant des descriptions et parfois quelques lignes. Elle était insaisissable et, pour cette raison, très charmante. Tout le monde le pensait : les tantes qui la critiquaient beaucoup mais qui en réalité l’enviaient, ses cousins, les servantes de la maison jusqu’au jeune jardinier de la résidence. Quand elle dansait, elle était la plus regardée ; à table, elle était la plus composée ; aux brunch, elle était la plus élégante. Son attrait à la solitude la rendait sculpturale, imposante. Pourtant, elle faisait tout son possible pour passer inaperçue. Elle ne parlait presque jamais, elle répondait aux nombreux compliments seulement avec des esquisses de sourire. Elle ne s’arrêtait jamais après le repas pour discuter, elle ne rentrait jamais tard le soir. Personne ne savait exactement ce qu’elle faisait pendant ses longues journées. On la regardait et on l’admirait pour sa façon d’être et d’exister. Si seulement ils avaient compris toutes les plus belles et les plus rares choses sur cette fille. Si seulement ils lui avaient demandé de parler de sa douleur, si seulement ils avaient compris son essence, sans la louer mais en lui souriant. Si seulement elle avait eu le moindre intérêt à se présenter pour ce qu’elle était, à montrer à tout le monde en quoi elle croyait, on ne serait certainement pas arrivés é cette promenade au soleil. De temps en temps elle aurait voulu le faire. On disait qu’elle serait toujours ponctuelle et polie aux repas, et à la première allusion déplacée, d’un bavardage incensé de sa maitresse, d’une blague idiote de son oncle, des parler pour rien dire d’un des nombreux invités de la maison, elle se lèverait. Tous l’admireraient, comme toujours. Ils se regarderaient avec stupéfaction, les bonnes chercheraient tout le monde : des cuisiniers aux garçons d’écuries. Et, prenant son temps, regardant sans vraiment voir ses interlocuteurs, son public, elle vomirait sur eux toutes les injustices, toute sa douleur, toute sa pensée critique sur cette petite et inutile société bourgeoise, ses protocoles embarrassants, ses mots démesurés, ses jugements faciles, la misogynie des hommes de la maison, le faux conservatisme catholique de sa tante. Elle jetterait l’argenterie à terre, elle se débarrasserait du poids de l’étiquette et de la fausse moralité. Elle leur crierait enfin que cette maison appartenait à son père, et qu’eux, ils avaient dilapidé toutes leurs richesses,  condamné la galanterie et oublié les valeurs que son père avait transmises à sa maison. Elle partirait, libre de tout et de tous avec son regard désenchanté et, en même temps, haut et évanescent. Mais tout cela n’était pas possible. Ce n’était pas possible car, même si idéalement parfaite, la liberté de la femme n’existait pas encore à l’époque. Elle non plus, elle ne savait pas vraiment ce que la liberté était. Personne ne le savait. Elle ressenti un besoin que personne ne comprenait. Donc, elle prenait sa plus jolie robe, la blanche. Ce jour-là, elle avait même pris une ombrelle afin de se protéger du soleil. Elle s’était coiffée et maquillée, elle était très belle. Et élégamment, elle partait toute seule pour la longue marche sur la colline. Elle alla au seul endroit où elle pourrait être libre, maintenant et pour longtemps encore : entourée de la nature, la tête dans les nuages. Amélie était satisfaite, parce que cette histoire était vraiment celle de cette femme. Elle s’éloigna du tableau, faisant quelques pas en arrière. Elle entendit la porte s’ouvrir, mais cela n’avait pas trop d’importance. Elle contemplait son œuvre, jusqu’à ce que Diego entre dans la pièce et, l’air étonné, dit. – Mais mon amour, c’est la femme avec l’ombrelle de Monet-.

The painting

It was a wonderful day. One could have foreseen it from the first lights of dawn. The sun was already hot, but a pleasant and light breeze was swinging the shutter of the long window in her bedroom. In this way, moments of total darkness alternated moments of pure light which annoyed the girl’s sleep. In those days, she felt particularly melancholic. It was always like this: when the time came to go on holiday at her father’s house, she lived the first days with total detachment, as if she was dreaming, whereas she felt the surrounding reality increasingly blurry. Everything did not seem real to her: the breakfast with her auntie, the long speeches at the table, the family albums that were repeatedly looked at every night, the same clothes she used to wear. She asked herself a lot of questions, to which she could never give any answers. She read a lot, but she also skipped some descriptions and sometimes a few lines. She was elusive to everyone, and for this reason certainly attractive. Everyone thought so: her aunties who were continuously criticizing her even if they envied her a lot, her cousins, the house maids and the young gardener of the residence. While dancing, everyone looked at her; while eating, she was the most composed; at brunches she was the most elegant. Her loneliness was so natural that gave her a sculptural and majestic appearance. In spite of this, she did everything to go unnoticed. She hardly ever spoke, she only hinted at a smile when answering the many compliments she received. She never stopped talking after the meal, she was never late during the night. Nobody exactly knew what she did during her long days. Everyone saw and admired her only for the fact of being, of existing in this way. If only they had understood all the rarest and the most beautiful things about that girl. If only they had asked her to talk about her pain, if only they had understood her soul, without praising her, but smiling at her. If only she had had the slightest interest in presenting herself for what she was, in showing everyone what she believed in, we certainly would not have reached that walk in the sun. She would have liked to do that every now and then. She told herself to always be composed and punctual. And she would stand up at the first hint of a mistake, of a silly gossip of the mistress, of her uncle gross joke, of the vacuous speechify of one of the many guests of the house. Everyone would have admired her as always. They would have looked amazed at each other, the maids would have called everyone: from the cooks to the grooms. While taking her time and looking at her interlocutors and her audience without really seeing them, she would have told them all the injustices, all the pain, all her critical thinking about that small and useless bourgeois society, about its embarrassing protocols, its outrageous words, its elementary judgments, about the misogyny of the men of the house, about her aunt’s fake Catholic conservatism. She would have thrown the silverware on the floor, she would have rid herself of the burden of etiquette and false moralism. And she would have finally shouted at them that the house belonged to her father and that they had squandered all their wealth, they had condemned gallantry and they had forgotten the culture that their father had transmitted to his house. She would leave, free from everything and everyone with her disenchanted and, at the same time, high and evanescent gaze. But all this was not possible. It was not possible because, even if it was ideally perfect, women’s freedom did not exist at that time. She would not have been able to say what freedom really was. Nobody knew it. Nobody really understood this need of freedom as real. Therefore, she took her most beautiful dress, the white one. That day she also took an umbrella to protect herself from the sun. She had combed her hair and put on some make-up; she was beautiful. And she elegantly left alone for the long walk that led over the hill. And then she went up to the only place where she could have been free, for now and for a long time yet: surrounded by nature, with her head in the clouds. Amelia was satisfied, this could have been the story of this woman. She walked away from the painting, with a few steps back. The door opened, but that did not matter. She contemplated her work, until Diego entered the room and with an astonished look, said – My dear, this is so beautiful. That is the woman with Monet’s parasol-.

Il quadro

Era una splendida giornata. Lo si sarebbe potuto intuire sin dalle prime luci dell’alba. Il sole era già caldo, ma una piacevole e leggera arietta faceva dondolare la persiana della lunga finestra, nella sua camera da letto. In questo modo, si alternavano momenti di totale buio e momenti di pura luce che andavano a infastidire il sonno della ragazza. In quei giorni si sentiva particolarmente malinconica. Era sempre così: quando arrivava il momento di andare in villeggiatura, nella casa del padre, viveva i primi giorni con totale distacco, come trasognando, mentre sentiva che la realtà circostante sembrava essere sempre più sfocata. La colazione con la zia, i lunghi discorsi a tavola, gli album di famiglia che puntualmente venivano riguardati ogni sera, gli stessi vestiti che indossava non le sembravano reali. Si poneva molte domande, alle quali non riusciva mai a darsi delle risposte. Leggeva molto, ma saltando le descrizioni e ogni tanto qualche riga. Era sfuggente a tutti, e per questo decisamente attraente. Lo pensavano tutti: dalle zie che tanto la criticavano ma che in realtà tanto la invidiavano, ai suoi cugini, alle domestiche della casa, fino al giovane giardiniere della residenza. Ai balli era la più guardata, a tavola era la più composta, ai brunch era la più elegante. Questa sua naturalezza alla solitudine la rendeva scultorea, imponente. Eppure lei faceva di tutto per passare inosservata. Non parlava quasi mai, rispondeva solo con sorrisi appena accennati ai molti complimenti. Non si fermava mai dopo il pasto a chiacchierare, non faceva mai tardi la sera. Nessuno sapeva esattamente come occupasse le sue lunghe giornate. La si vedeva e la si ammirava solo per questo suo fatto di essere, di esistere in questo modo. Se solo avessero capito tutto quello che di più raro e di più bello vi era in quella ragazza. Se solo le avessero chiesto di parlare del suo dolore, se solo avessero compreso questa sua essenza, senza osannarla ma compiacendola. Se solo lei avesse avuto un minimo di interesse a presentarsi per quello che era, a voler dimostrare a tutti quello in cui credeva, certo non saremmo arrivati a quella passeggiata sotto il sole. Ogni tanto avrebbe voluto farlo. Si diceva che si sarebbe presentata a tavola, sempre composta e puntuale. E al primo accenno di una scorrettezza, di un pettegolezzo insulso della padrona, di una battuta volgare dello zio, al vacuo sproloquiare di uno dei tanti ospiti della casa, si sarebbe alzata in piedi. Tutti l’avrebbero ammirata, come sempre. Si sarebbero guardati fra di loro stupiti, le domestiche sarebbero andate a chiamare tutti: dai cuochi agli stallieri. E prendendosi tempo, guardando ma senza vedere veramente i suoi interlocutori, il suo pubblico, avrebbe vomitato addosso loro tutte le ingiustizie, tutto il dolore, tutto il suo pensiero critico nei confronti di quella piccola e inutile società borghese, dei suoi protocolli imbarazzanti, delle sue parole spropositate, dei suoi giudizi elementari, della misoginia degli uomini di casa, del finto conservatorismo cattolico della zia. Avrebbe buttato l’argenteria per terra, si sarebbe liberata del fardello dell’etichetta e dei falsi moralismi. E avrebbe infine urlato loro che quella casa era di suo padre e che loro, proci di quella reggia, avevano sperperato tutta la ricchezza, avevano condannato la galanteria e avevano dimenticato la cultura che il babbo aveva trasmesso alla sua domus. Se ne sarebbe andata, libera da tutto e da tutti con il suo sguardo disincantato e allo stesso tempo alto ed evanescente. Ma tutto questo non era possibile. Non era possibile perché, per quanto idealmente perfetta, la libertà della donna, in quel tempo, non esisteva. Lei stessa non avrebbe saputo veramente dire cosa fosse la libertà. Nessuno lo sapeva. Sentiva un’esigenza che nessuno sembrava comprendere come reale. E quindi prendeva il suo vestito più bello, quello bianco. Quel giorno aveva preso anche un ombrellino per ripararsi dal sole. Si era ben pettinata e truccata, era bellissima. Ed elegantemente, partiva sola per la lunga passeggiata che portava sopra la collinetta. E quindi salì nell’unico posto in cui sarebbe potuta essere libera, per ora e per molto tempo ancora: in mezzo alla natura, con la testa fra le nuvole.

Amelia era soddisfatta, sì doveva proprio essere così la storia di questa donna. Si allontanò dal quadro, con qualche passo indietro. Sentiva la porta aprirsi, ma poco importava. Contemplava la sua opera, fino a quando Diego non entrò nella stanza e con uno sguardo sbalordito disse: «Amore, ma che bello! Quella è la donna con il parasole di Monet.»

O armário

Ele simplesmente não podia ficar na cama naquela manhã. Estava acordado há mais de uma hora e cada vez que fechava os olhos para tentar voltar a dormir, esperava que o tempo acelerasse e que acordasse com a luz do sol a atravessar as fendas das persianas do quarto dele. Teve de esperar, mas estava demasiado entusiasmado, demasiado exuberante para se deitar, fingindo dormir no seu pijama. Após contar carneirinhos, dizer a tabuada e rever as rimas de Natal na sua mente, para seu espanto viu que eram oito horas da manhã. Não havia um minuto a perder, o grande dia tinha chegado: o dia do armário. Era tempo de entrar no mundo dos adultos. Mas agora, caros leitores, penso que é necessário falar-vos deste armário, que estava localizado à entrada de todas as casas desta grande metrópole ocidental. Era sistemático: ao entrar numa casa, uma casa privada, sabia que encontraria, do lado direito ou esquerdo da entrada, um grande armário com um espelho igualmente grande. Até este ponto, dir-me-ão que tudo é normal. Podia dizer-me que era o guarda-roupa para casacos, e que o espelho era usado para se dar um último olhar antes de deixar a casa. Poderia dizer-me que é um pouco estranho que todos o tivessem, mas não se vê nada de errado com ele. É verdade, mas vê-se que este armário não contém casacos de pele nem coletes. Não contém sequer luvas ou chapéus. Este armário contém… bem, vamos perguntar ao nosso próprio protagonista. ʺEi, miúdo!” ele sai da cama. ʺEstá a falar comigo?” “Claro que sim! Com quem mais estaríamos a falar? Sabemos que hoje é o seu dia, o dia do armário”. Entusiasmado, ele levanta-se na cama, imaginando uma grande multidão à sua frente, levando uma mão ao coração como que para cantar o hino, ele declara glorioso: “Hoje é dia do armário e estou a ficar grande.ʺ Caros leitores, nesta metrópole ocidental aceder ao conteúdo do armário em casa significa entrar no mundo dos adultos. Ou melhor, os chamados adultos. ʺEntão de que estás à espera! Vá, mostre-nos o que há neste famoso armário.ʺ Ele tira logo o pijama, lava a cara e os dentes, agarra os chinelos e, tentando controlar a respiração, corre pelas escadas ainda escuras. Os pais, imaginando o entusiasmo do seu filho, já estavam na cozinha a tomar o pequeno-almoço. Eles não estavam a olhar uns para os outros, cada um com a intenção de seguir as notícias do dia: alguns de smartphones, outros de televisão. A mesa foi posta. O pequeno-almoço foi o mesmo de sempre. Café com leite e dois biscoitos com geleia para ela, uma torrada e um café amargo para ele. Gostaria que eu os descrevesse, não é? Só para ter uma visão mais real da cena. Não posso. Ou melhor, posso dizer-vos que a cozinha é agradável mas bastante convencional e particularmente fria. Posso ainda dizer-vos que ela era muito elegante com calças apertadas e uma blusa branca, de linho. Ele, por outro lado, ainda estava a usar o seu pijama de seda preta, descalço. Quanto aos rostos, não posso realmente dizer-vos nada. Não percebo porquê, mas é como se não os conseguisse ver. Eu tento em todos os sentidos, sabem que faria qualquer coisa para os meus leitores, mas não consigo. De qualquer modo, neste momento os pais notam o filho deles encostado à porta da cozinha, a olhar para eles com um olhar sonhador. “Rápido, querido, vamos para a frente do armário”. E ali estão eles, os três em frente ao armário, em frente à entrada para uma nova vida. O rapazinho, entre os dois pais, não fala mas esfrega as mãos suadas juntas. O pai, não excessivamente excitado, está prestes a abrir a porta do armário; a mãe aponta a câmara do telemóvel aos olhos do filho, à espera da reacção dele. Tudo está pronto. A porta abre-se. Uma luz invade-o totalmente, iluminando o seu olhar atónito e perplexo. A mãe capta o momento, o pai recua, como que para ter uma visão mais completa da cena e deixar o jovem em paz perante a nova realidade. “Eu não entendo, estas são…” “Di-lo, amor, em voz alta”. “Estas são máscaras”! “Claro, meu amor, são máscaras! É tão fácil, que é preciso habituar-se a isso. Olha, a primeira vez dói um pouco usá-las, quase se sente culpado porque está a cobrir o sua verdadeira cara. Mas vejam como o papá e a mamã as usam bem. Vê?” “Mas eles esmagam-me o nariz, magoam-me os templos e não são do meu tamanho”. A mãe quase chateada com as queixas inocentes dele diz: “Mas querido, não são as tuas máscaras que têm de te caber, é a tua cara que tem de lhes adaptar”. Vê como o fizemos? Sem máscaras, somos irreconhecíveis, já não temos traços a mostrar. A máscara torna-se a sua identidade. E, dependendo do que quiser fazer, decide a máscara certa para si. A propósito, querido, tenho de me apressar. Passa-me essa. Não, esse não, o outro não, um pouco irritado mas com uma pitada de sorriso, e verá como esta reunião no escritório irá passar rapidamente”. “Olha filho, vamos arranjar duas máscaras idênticas para ir ao parque”. “Mas pai, eu não quero ir ao parque”. “Essa é a beleza da coisa. Nós adultos só fazemos coisas que não queremos fazer e a maior parte das vezes não nos importamos nada com elas. Convidamos as pessoas de quem não gostamos para jantar, compramos roupa para as pessoas verem, comemos como dizem os anúncios publicitários e trabalhamos por dinheiro. Mas ninguém jamais o saberá, porque usamos uma máscara bonita e sorridente e parecemos como os outros gostariam que fôssemos. Está feito”! “Papá, vou buscar aquela máscara que ri muito e vou contigo para o parque”. “É isso mesmo, querido, e arranja uma de reserva, mais triste, só por precaução”. O miúdo pensa então que desta forma já não teria de fingir, porque estaria coberto por uma máscara a fingir no seu lugar. Ele tinha entrado no mundo dos adultos, e já sentia que todas essas coisas emocionais eram realmente algo a superar.  Além disso, se uma vez estivesse triste ou se quisesse chorar, teria sido suficiente colocar uma máscara agradável que fizesse “AHAHAH”.

The wardrobe

That morning he just could not stay in bed. He lay awake for over an hour and every time he closed his eyes to try to go back to sleep, he hoped that time would speed up and that when he woke up he would see the sunlight coming through the thin slits in the shutters of his bedroom. He had to wait, but he was too enthusiastic, too exuberant to lie down, pretending to sleep in his pajamas. After counting the sheep, repeating the multiplication tables and reviewing the Christmas nursery rhymes, he was astonished when he saw it was eight o’clock in the morning. There was not a minute to lose, the great day had arrived: the day of the wardrobe. Today he was officially entering the adult world. But now, my dear readers, I think it is necessary to tell you something about this wardrobe, which is located at the entrance of all the houses in this big western metropolis. It was systematic: as you entered a house, therefore a private home, you would find a big wardrobe with a mirror of the same size, either on the right or on the left side of the entry. Up to this point you will tell me that everything is normal. You could tell me that it was the wardrobe for coats and jackets, and that the mirror was there to look at yourself one last time before leaving the house. You could tell me that it is a little bit strange that everyone has one, but that you do not see anything wrong with that. It is true, but this wardrobe does not contain elegant furs or summer vests. It does not even contain gloves or hats. This closet contains… Well, let’s ask our protagonist. “Hey, young man”. The little boy wakes up with a start. “Are you talking to me?”. “Of course, we are talking to you, who else otherwise? We know that today is your day, the day of the wardrobe”. He stands up on the bed, imagines a crowd in front of him, takes a hand to his heart as if to sing the hymn and he gloriously declares: “Today is the day of the wardrobe and I am becoming an adult”. Well, my dear readers, in this western metropolis when you discover the content of the wardrobe at the house entrance, that means you are entering the adult world. Or rather, the so-called adults. Not even the time to say it, he takes off his pajamas, washes his face and brushes his teeth, grabs his slippers and, while trying to control his breath, he runs down the still dark stairs. His father, imagining his son’s enthusiasm, was already in the kitchen having breakfast with his wife. They were not looking at each other, because they were focused on following the news from the smartphones and the television. The breakfast was set, tidy and ordinary. A coffee with milk and two cookies with some jam for her, a toast and a bitter coffee for him. Would you like me to describe them to you, wouldn’t you? Just to have a more real view of the scene. I cannot. Or rather, I can tell you that the kitchen is nice but quite conventional and particularly cold. I can still tell you that she was very elegant in her tight pants and in her white linen blouse. On the other hand, he was still wearing his black silk pajamas and he was barefoot. As for the faces, I really cannot tell you anything. I do not understand why, but it is as if I cannot see them. I am trying in every way, you know that I would do anything for my reader, but I just cannot. But right now, the parents notice their son leaning against the kitchen door, looking at them with a dreamy look. “Hurry, honey, let’s go in front of the wardrobe”. And here they are, the three of them in front of the closet, at the entrance of a new life. The little boy, between his two parents, does not speak but rubs his hands and then stretches them along his pants, on which they leave stains of sweat. His father, not really excited, is about to open the closet door; his mother is aiming at her son’s gaze through the lens of her mobile phone, waiting for his reaction. Everything is ready. The door opens. A light invades him completely, illuminating his astonished and puzzled look. His mother seizes the moment, his father moves away, in order to have a more complete vision of the scene and he leaves the young man alone in front of the new reality. “Well, I don’t understand, but these are…”. “Say it, my love, say it out loud”. “These are masks!”. “Of course, my love, they are masks! But look how easy it is, you just have to get used to it. The first time it hurts, you feel almost guilty because you are covering your real face. But look how well mom and dad are wearing them. Don’t you see?”. “But they crush my nose, my temples hurt and then they’re not my size”. His mother, almost upset by the innocent complaints, says: “But darling, it’s not the mask that has to fit your face, it is your face that has to fit them. Take us as an example, we are unrecognizable without masks, we no longer have our traits to show. The mask becomes your identity. You have to decide the right mask to wear, depending on what you want to do. By the way, my dear, I really have to run away, pass me that one there. No, not that one, the other one a bit irritated but with a little smile, and this meeting in the office will quickly come to an end”. “Look son, let’s take one just like it and let’s go to the park”. “But daddy, I don’t want to go to the park”. “Here is the advantage of the mask. When you become an adult, you only do things you do not want to do, and most of the time you don’t care about them at all. Adults invite people to dinner they do not like, they buy clothes to show them to the others, they eat as advertisements tell them to and they work for money. But no one will ever know that, because they take a nice smiling mask and look like the others would like them to be. That’s it”. “Daddy, then I’ will take that mask which laughs a lot, and I am coming to the park with you”. “Good thing, darling, and take a spare one, maybe sadder, you never know”. The little boy then thinks that in this way he would not have to pretend anymore, because he would have been covered by a mask that pretended in his place. He had entered the adult world, and he already felt that all that history of emotions was something to overcome. And then, if he had once been sad or if he wanted to cry, he would have put a nice mask that made ʺAHAHAH.ʺ

L’armoire

Il ne pouvait vraiment pas rester au lit ce matin-là. Il s’était réveillé il y a plus d’une heure et à chaque fois qu’il fermait ses yeux afin de chercher à se rendormir, il espérait que le temps s’accélère et qu’à son réveil, il pourrait voir la lumière du soleil passer à travers les fines fentes des volets de sa chambre. Il devait attendre, mais il était trop enthousiaste, trop excité pour rester au lit et il faisait semblant de dormir en pyjama. Après avoir compté les moutons, répété les tables de multiplication et révisé les comptines de Noël, il s’aperçu à sa grande surprise qu’il était huit heures du matin. Il n’y avait pas une minute à perdre, le grand jour était arrivé : le jour de l’armoire. Aujourd’hui il entrait officiellement dans le monde des adultes. Maintenant, mes chers lecteurs, j’estime qu’il est nécessaire de vous parler de cette armoire, qui est d’habitude située à l’entrée de toutes les maisons de cette grande métropole occidentale. En entrant dans une maison, donc dans une propriété privée, on trouve, à droite ou à gauche de l’entrée, un grand placard avec un miroir tout aussi grand. Jusqu’à présent, vous pourriez me dire que tout est normal. Vous pourriez me dire que c’est l’armoire où on range les manteaux et les vestes, et que le miroir sert à se regarder une dernière fois avant de quitter la maison. Vous pourriez me dire que c’est un peu étrange que tout le monde en ait un, mais vous ne voyez rien de mal à cela. C’est vrai, mais cette armoire ne contient ni élégantes fourrures ni gilets d’été. Il ne contient même pas de gants ou de chapeaux. Ce placard contient… eh bien, demandons-le à notre protagoniste. « Coucou, jeune homme ». Le garçon s’éveille en sursaut. « C’est à moi que vous parlez ? ». « Bien-sûr que c’est à toi ! Sinon à qui d’autre ? Nous savons qu’aujourd’hui c’est ton jour, le jour de l’armoire ». Enthousiaste, il se met debout sur le lit et s’imagine une foule devant lui et, posant sa main sur le cœur comme pour chanter l’hymne, il déclare glorieux : « Aujourd’hui c’est le jour de l’armoire, et moi je deviens adulte ». Vous voyez, mes chers lecteurs, dans cette métropole occidentale, accéder au contenu de l’armoire signifie entrer dans le monde des adultes. Ou plutôt, des soi-disant adultes. « Mais alors qu’est-ce que tu attends ? Vas-y, cours, montre-nous ce qu’il y a dans cette fameuse armoire ». La phrase même pas finie, il enleva déjà son pyjama, se lava le visage et les dents, prit ses pantoufles et, retenant son souffle, il dévala les escaliers encore sombres à toute allure. Son père, anticipant l’enthousiasme de son fils, était déjà dans la cuisine en train de prendre le petit-déjeuner avec sa femme. Ils ne se regardaient pas, ils étaient occupés à s’informer des nouvelles du jour provenant du portable et de la télévision. Le petit-déjeuner était prêt, rangé et ordinaire. Un café au lait et deux biscuits avec de la confiture pour elle, un toast et un café amer pour lui. Vous voudriez que je vous les décrive, n’est-ce pas ?  Juste pour avoir une vision plus réelle de la scène. Je ne peux pas. Ou plutôt, je peux vous dire que la cuisine est mignonne, mais assez conventionnelle et particulièrement froide. Je peux encore vous dire qu’elle, était très élégante en son pantalon serré, et en sa blouse blanche en lin. Lui, au contraire, il était encore en son pyjama de soie noire, les pieds nus. Quant aux visages, je ne peux vraiment rien vous dire. Je ne comprends pas pourquoi, mais c’est comme si je ne pouvais les voir. J’essaie par tous les moyens, vous savez que je ferais n’importe quoi pour mon lecteur, mais cette fois je ne peux vraiment pas. A l’instant, les parents remarquèrent que leur fils était appuyé sur la porte de la cuisine et les regardant d’un air rêveur. « Vite, mon chéri, allons devant l’armoire ». Et les voici, tous les trois devant l’armoire, à l’entrée d’une nouvelle vie. Le garçon, entre ses deux parents, ne parle pas, mais il se frotte ses mains et les étend ensuite le long de son pantalon, sur lequel elles laissent de petites taches de sueur. Son père, peu ému, est sur le point d’ouvrir la porte de l’armoire ; sa mère vise le regard de son fils au travers l’objectif de son portable, en attendant sa réaction. Tout est prêt. La porte s’ouvre. Une lumière l’envahit entièrement, éclairant son regard étonné et perplexe. Sa mère saisit l’instant, son père s’éloigne, afin d’avoir une vision plus complète de la scène et de laisser le jeune homme seul face à la nouvelle réalité. « Mais je ne comprends pas, mais ce sont… ». « Dis-le, mon amour, dis-le à voix haute ». « Ce sont des masques ! ». « Bien sûr, mon amour, ce sont des masques ! C’est si simple, il faut juste s’y habituer. La première fois ça fait un peu mal de les porter, tu te sens presque coupable, parce que tu couvres ton vrai visage. Mais regarde papa et maman comme ils les portent bien. Tu vois ? ». « Mais ils m’écrasent mon nez, ils me font mal aux tempes et puis ils ne sont pas à ma taille ». Sa mère, presque bouleversée par ces plaintes innocentes, dit : « Mais chéri, ce ne sont pas les maques qui doivent s’adapter à ton visage, c’est ton visage qui doit s’adapter aux masques. Tu vois comme nous avons fait ? Sans masques, nous sommes méconnaissables, nous n’avons plus de traits à montrer. Le masque devient ton identité. En fonction de ce que tu veux faire, tu dois choisir le masque qui te convient le plus. Au fait, mon chéri, je dois y aller, passe-moi ce masque-là. Non, pas celui-là, celui un peu irrité mais avec un petit sourire et cette réunion au bureau passera très vite ». « Mon fils, prenons le même masque pour aller au parc ». « Mais papa, moi je ne veux pas aller au parc ». « Voici l’avantage du masque. Nous, les adultes, on ne fait que des choses dont nous n’avons pas envie, et la plupart du temps, nous ne nous en soucions pas du tout. Nous invitons les gens que nous n’aimons pas pour le dîner, nous achetons des vêtements pour les montrer aux autres, nous mangeons ce que les publicités nous disent de manger et nous travaillons pour de l’argent. Mais personne ne le saura jamais, parce que nous prenons un joli masque souriant et nous apparaissons comme les autres voudraient que nous soyons. Et voilà ». « Papa, alors je vais prendre ce masque qui fait beaucoup rire et je viens au parc avec toi ». « Bravo, chéri, et prends-en un de réserve, plus triste, juste au cas où ». Le gamin pense alors que de cette façon il n’aurait plus à faire semblant, car il serait couvert d’un masque qui faisait semblant à sa place. Il était entré dans le monde des adultes, et il sentait déjà que toute cette histoire d’émotions était vraiment quelque chose à surmonter. Et puis, s’il avait été triste une fois ou s’il avait envie de pleurer, il aurait suffi de mettre un joli masque qui faisait « MDR ».

Oriana e Pasolini

Oggi non parlerei molto di Oriana Fallaci, lei non me ne vorrà, perché sa perfettamente che oggi si può solo parlare di lui, del suo amico.

Diventammo subito amici, noi amici impossibili. Cioè io donna normale e tu uomo anormale, almeno secondo i canoni ipocriti della cosiddetta civiltà, io innamorata della vita e tu innamorato della morte. Io così dura e tu così dolce. V’era una dolcezza femminea in te, una gentilezza femminea. Anche la tua voce del resto aveva un che di femmineo, e ciò era strano perché i tuoi lineamenti erano i lineamenti di un uomo: secchi, feroci. Sì, esisteva una nascosta ferocia sui tuoi zigomi forti, sul tuo naso da pugile, sulle tue labbra sottili, una crudeltà clandestina.

L’intera vita di Pasolini potrebbe considerarsi come la sua opera più riuscita, e si tratta inevitabilmente di una sorprendente, provocatoria e fragile tragedia. Dal 1963 in poi, potremmo suddividere la vita di Pasolini in due parti: la prima rivendica la denuncia, la resistenza al potere, la voglia di buttarsi nella lotta in difesa della sua Italietta, potremmo quindi dire essere una prima parte costruttiva; poi arriva l’estate del 1971, e vi è un crollo di certezze. Tutto ormai è omologato, non serve più combattere. Con un processo di decostituzione della sua opera, che è la vita, Pasolini si ripiega su di sé, con nuove poesie e l’inizio di un’opera frammentaria e incompiuta. Non abbandona le critiche nei confronti della società, ma sono ormai cause perse, constatazioni a posteriori di una sottomissione omologante, che da martire ha cercato di condannare fino alla fine.

Pasolini aveva creduto molto nella sua lotta, considerando l’azione come vita. Aveva girato La Rabbia, uno spaccato sulla realtà di quei tempi, presentata da differenti punti di vista sociali e geografici, con il commento talvolta poetico e talvolta severo del critico Pasolini. Aveva voluto proteggere e indagare l’Italia “dell’età del pane” con Comizi d’amore. Aveva dato parola ad un’Italia intera, con interventi di Oriana Fallaci, Alberto Moravia, Giuseppe Ungaretti fino a quelli delle timide ragazze siciliane e dei contadini della Romagna. Pasolini guarda alla realtà come un linguaggio da decodificare, un linguaggio che inizia ad essere, però, comandato, assoggettato. In Nuova poesia in forma di rosa, si dice essere “un non addetto ai lavori” della nascita di questo nuovo corso della storia. Si rende conto che tutto stia cambiando, e si rende conto che stesse scomparendo l’idea dell’uomo: « Piansi a quell’immagine che in anticipo sui secoli vedevo scomparire dal nostro mondo.» Pasolini sente tutta la sua impotenza in un’ondata di Potere, che ingloba tutte le individualità, facendo credere loro di elevarle ad un nuovo modello di libertà, che diventerà, invece, per loro, la nuova e moderna prigionia. C’è però ancora un tentativo, e ne parla nello “stesso petalo” della rosa, definita da lui come vana, che è un ritorno al passato. Per dire addio a questa figura dell’uomo: «Adoperai cursus del Vecchio Testamento, calchi neo-novecenteschi, e profetai, profetai una nuova Preistoria.» Ecco allora Pasolini che si immerge nella letteratura antica con Edipo Re e Medea ma prima ancora Nel Vangelo secondo Matteo.

Però ciò che mi dicesti su Gesù e su san Francesco,(…) mi è rimasto come una cicatrice. Perché era un inno all’amore cantato da un uomo che non crede alla vita. Non a caso l’ho usato nel libro che non hai voluto leggere. L’ho messo in bocca al bambino quando interviene al processo contro la sua mamma: “Non è vero che non credi all’amore, mamma. Ci credi tanto da straziarti perché ne vedi così poco, e perché quello che vedi non è mai perfetto. Tu sei fatta d’amore. Ma è sufficiente credere all’amore se non si crede alla vita?”

E si sente questo suo bisogno, si sente una ricerca di vitalità nella trilogia, che non a caso è proprio definita Trilogia della vita, nei primi anni ‘70. Rifugiandosi nelle storie conosciute da Boccaccio, alle Mille e una notte fino a Chaucer, si cerca una via di fuga dal potere omologante, si cerca di provocare, di far ridere, far riflettere, di vivere come in un sogno. Ma è proprio durante la realizzazione della Trilogia della vita che la vera opera di Pasolini, vale a dire la sua stessa vita, inizia a cambiare. Sembra esserci un punto di non ritorno quando nell’estate del 1971 Ninetto Davoli, attore, collaboratore e amico di Pasolini, si fidanza e decide di sposarsi. Ninetto Davoli è la personificazione dell’Italietta, della spontaneità della vita, dell’innocenza del mondo paleocapitalistico, era l’amore platonico e ideale per Pasolini. Nonostante tutta la realtà si stesse omologando, la vera e propria dimostrazione di quanto già da tempo Pasolini analizzava e denunciava si è concretizzata realisticamente solo con l’abbandono di Ninetto. «Dopo quasi nove anni Ninetto non c’è più. Ho perso il senso della vita. Penso soltanto a morire o cose simili. Tutto mi è crollato intorno.» Si arriva quindi alla parte decostruttiva dell’opera di Pasolini. Ci si avvicina alla tragedia:

Dicono che tu fossi capace d’essere allegro, chiassoso, e che per questo ti piacesse la compagnia della gioventù: giocare a calcio, per esempio, con i ragazzi delle borgate. Ma io non ti ho mai visto così. La malinconia te la portavi addosso come un profumo e la tragedia era l’unica situazione umana che tu capissi veramente. Se una persona non era infelice, non ti interessava. Ricordo con quale affetto, un giorno, ti chinasti su me e mi stringesti un polso e mormorasti: “Anche tu, quanto a disperazione, non scherzi!”.

Le poesie dell’Hobby del sonetto assumono un vero e proprio valore intimistico. La vita e la poesia sono ormai indissolubili nella grande opera della vita di Pasolini: il ripiegamento su di sé porta ad un duro sfogo della sua situazione emotiva, segnata dall’abbandono e dalla disperazione. Pasolini crede di essersi svegliato come da un sogno, e di realizzare veramente la dura realtà. Nonostante il dolore, il suo viaggio per la vita continua, rifugiandosi in quello che sapeva fare meglio: scrivere. Non si fa piegare dal Potere, neanche questa volta, cercando continue strade di liberazione dal suo comando, fino ad arrivare alla più grande vittoria. Potrebbe sembrare una sconfitta, ma quello che lui fa il 15 giugno del 1975 è un vero e proprio atto eroico contro quello che lui definisce il regime fascista, vale a dire la società dei consumi: l’abiura della Trilogia della vita. È ormai solo, apocalittico e corsaro, ripensa a sé e alla sua vita, ed essendo questa un’opera d’arte, la scrive. Con Petrolio, Pasolini parla di sé attraverso la figura di Carlo. Il testo è destrutturato in diversi appunti di vita, di pensieri e di scenari. L’esperienza della scrittura diventa esperienza di vita e non più di vitalità. Una vita della quale vorrebbe liberarsi, come afferma nell’appunto 99, idea che viene ripresa parlando di questa sua ultima opera come di un testamento. La morte lo affascina, Oriana Fallaci dirà addirittura che lui fosse innamorato della morte. D’altronde se rimaneva sempre valido il suo pensiero per cui: «La morte non è più nel non poter comunicare ma nel non essere compresi», il fascino per essa diventava ora totale. La risposta è tanto poetica quanto pragmatica: la nostra vita, in quanto mortale, deve diventare un’opera d’arte e quindi immortale. È vero, un’opera può essere conservata, al contrario della vita. Essa infatti non si può modellare all’infinito, ma come afferma lo stesso Pasolini, dev’essere pensata attraverso il filtro del montaggio cinematografico e considerando il taglio del montaggio come la morte. Però la vita può essere continuamente modificata fino a quando è vissuta: ci possono essere cambi di scena, di personaggi, ribaltamenti nella trama. L’invito è quello di vivere al massimo e al meglio, di fare un capolavoro cinematografico. E allora, non si potrà avere la certezza che essa sia immortale, ma si saprà che avrà, sempre dentro di sé, una grande potenzialità di immortalità, una grande potenzialità di salvezza per l’eternità. Pasolini, con la sua grande opera d’arte, è sopravvissuto a quel 2 novembre del 1975. È sopravvissuto alla morte dimostrandoci che l’arte e la vita come capolavoro possano essere veramente eterne. E la sua tragedia, infatti, è per sempre.

Era una bella giornata, una giornata piena di sole. Seduti al bar Tre Scalini ci mettemmo a parlare di Franco (Francisco Franco, il dittatore spagnolo, ndr) che non muore mai, e io pensavo: mi sarebbe piaciuto sentir Pier Paolo parlare di Franco che non muore mai. Poi si avvicinò un ragazzo che vendeva l’Unità e disse a Pajetta: “Hanno ammazzato Pasolini”. Lo disse sorridendo, quasi annunciasse la sconfitta di una squadra di calcio. Pajetta non capì. O non volle capire? Alzò una fronte aggrottata, brontolò: “Chi? Hanno ammazzato chi?”. E il ragazzo: “Pasolini”. E io, assurdamente: “Pasolini chi?”. E il ragazzo: “Come chi? Come Pasolini chi? Pasolini Pier Paolo”.

E Panagulis disse: “Non è vero”. E Miriam Mafai disse: “È uno scherzo”. Però allo stesso tempo si alzò e corse a telefonare per chiedere se fosse uno scherzo. Tornò quasi subito col viso pallido. “È vero. L’hanno ammazzato davvero”. In mezzo alla piazza un giullare con i pantaloni verdi suonava un piffero lungo. Suonando ballava alzando in modo grottesco le gambe fasciate dai pantaloni verdi, e la gente rideva. “L’hanno ammazzato a Ostia, stanotte”, aggiunse Miriam. —-

In una strada deserta c’era un bar deserto, con la televisione accesa. Entrammo seguiti da un giovanotto che chiedeva stravolto: “Ma è vero? È vero?”. E la padrona del bar chiese: “Vero cosa?”. E il giovanotto rispose: “Di Pasolini. Pasolini ammazzato”. E la padrona del bar gridò: “Pasolini Pier Paolo? Gesù! Gesummaria! Ammazzato! Gesù! Sarà una cosa politica!”.

Poi sullo schermo della televisione apparve Giuseppe Vannucchi (conduttore del telegiornale Rai, ndr) e dette la notizia ufficiale. Apparvero anche i due popolani che avevano scoperto il tuo corpo. Dissero che da lontano non sembravi nemmeno un corpo, tanto eri massacrato. Sembravi un mucchio di immondizia e solo dopo che t’ebbero guardato da vicino si accorsero che non eri immondizia, eri un uomo. Mi maltratterai ancora se dico che non eri un uomo, eri una luce, e una luce s’è spenta?”

Le parti in corsivo sono riprese dalla lettera scritta da Oriana Fallaci e pubblicata nella rivista L’ Europeo, in memoria di Pier Paolo Pasolini. Roma, 16 novembre 1975

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